L’Europa si sta impegnando attivamente nella definizione di un concetto giuridico ancora indefinito: la “maggiore età digitale”.
Questo si manifesta nelle proposte legislative di diversi Stati membri, tra cui il divieto di accesso ai social media per i minori di 15-16 anni in paesi come Spagna, Francia e Italia, così come nella normativa riguardante la verifica dell’età per l’accesso a contenuti per adulti in Italia e altrove.
Queste iniziative, invece di rappresentare una semplice accumulazione di misure nazionali eterogenee — come divieti di accesso e nuovi obblighi di verifica dell’età — evidenziano una tensione strutturale più profonda che pervade l’intero spazio giuridico dell’Unione Europea.
Attualmente, gli Stati membri e le istituzioni europee si confrontano con la necessità di riordinare lo spazio pubblico digitale, una realtà che si è sviluppata al di fuori delle tradizionali categorie giuridiche e che ha assimilato funzioni precedentemente distinte come informazione, partecipazione civica e accesso a diritti e servizi.
In questo contesto, il concetto di minore, tradizionalmente protetto da strumenti di limitazione, si scontra con quello di utente digitale, un individuo che interagisce in un ambiente non solo ludico, ma anche politico e relazionale.
Tutela dei minori online e l’idea di maggiore età digitale
Le iniziative legislative in Europa si collocano in questo delicato equilibrio, dove la tutela dei minori si intreccia con il diritto d’accesso al digitale.
L’obiettivo principale è quello di ridurre i rischi, ma spesso le risposte istituzionali si traducono in una regolazione per soglie, come se la vulnerabilità potesse essere affrontata mediante una mera data di nascita.
È fondamentale riconoscere che il digitale è diventato un’importante infrastruttura di cittadinanza: limitarne l’accesso significa incidere sulla disponibilità di informazioni e sulla partecipazione civica, non solo su attività ludiche o consumistiche.
Il mosaico europeo della tutela dei minori online: Francia, Spagna, Portogallo e Regno Unito
Francia: divieto sotto i 15 e attenzione all’informazione
In Francia, è stato approvato un disegno di legge che mira a vietare l’accesso ai social ai minori di quindici anni, con un’attenzione particolare a non compromettere l’accesso all’informazione giornalistica.
Cosa indicative della consapevolezza che il problema non risiede nella rete, ma piuttosto nell’architettura economica e algoritmica delle piattaforme.
Spagna: soglia a 16 e lessico “penalistico”
In Spagna, la discussione assume toni più radicali: l’annuncio del Primo Ministro Pedro Sánchez prevede il divieto per i minori di sedici anni, accompagnato dalla necessità di sistemi di verifica dell’età “effettivi”.
Viene inoltre introdotta la responsabilità diretta delle piattaforme per la rimozione di contenuti inappropriati o per manipolazione algotitmica, utilizzando un lessico che critica i social come spazi deregolarizzati, assimilabili a un quasi “Stato fallito”.
Portogallo e Regno Unito: consenso e alternative al divieto
Il Portogallo propone di stabilire la soglia dei sedici anni non come un divieto assoluto, bensì come un accesso condizionato al consenso dei genitori.
Il Regno Unito, in contrapposizione, avvia una consultazione pubblica non solo per il divieto ai minori di sedici anni, ma anche per misure alternative come limitazioni temporali e approcci per moderare il doomscrolling.
Tutela dei minori online sui social e il nodo della verifica dell’età in Italia
In Italia, la proposta di legge del partito della Lega prevede un divieto di utilizzo dei social per i minori di quindici anni, subordinato a un consenso parental “verificabile” oltre questa soglia.
Questo porta a in primo piano un nodo tecnico e giuridico cruciale: la questione della verifica. Richiedere un consenso “verificabile” solleva interrogativi su chi debba occuparsene, quali strumenti debbano essere utilizzati e quali tipi di dati personali possano essere coinvolti.
Vi è inoltre la questione della durata della conservazione dei dati e delle garanzie di sicurezza e minimizzazione dei trattamenti. Se non governata attentamente, la tutela del minore rischia di portare a una maggiore identificazione e tracciamento.
Oltre le soglie: la cittadinanza digitale tra protezione e accesso
Ulteriori considerazioni rivelano che il cuore del problema non risiede unicamente nelle soglie anagrafiche o nei divieti.
Il dibattito europeo è, di fatti, un confronto tra modelli di cittadinanza: uno, tradizionale e protettivo, si preoccupa di mantenere il minore lontano da ambiti ritenuti pericolosi; l’altro, emergente, riconosce il digitale come un contesto in cui si costruisce l’identità e la consapevolezza civica.
Forse sui divieti social ai minori sbagliamo tutto. Le storie
Circa le pratiche di protezione, alcune esperienze internazionali suggeriscono che l’approccio proibitivo potrebbe non essere la soluzione più efficace.
L’obiettivo, piuttosto, dovrebbe essere quello di rendere i social più sicuri per i minori, attraverso leggi che favoriscano un accesso responsabile e consapevole, piuttosto che il mero divieto.
Infatti, l’effetto dei divieti è dimostrato dall’aumento dell’uso di piattaforme meno regulate, che potrebbero risultare più pericolose.
Infine, la questione dei sistemi di verifica dell’età deve tenere conto della privacy, poiché la raccolta di dati sensibili potrebbe contravvenire ai principi del GDPR.
In questo modo, si giunge sempre più vicini a un controllo rigido, tipico delle realtà più autoritarie.
Tutela dei minori online tra salute mentale e spazio pubblico digitale
In questo frangente, i social network devono essere considerati non solo come strumenti di intrattenimento, ma come infrastrutture fondamentali per l’accesso allo spazio pubblico.
È essenziale bilanciare la tutela della salute mentale dei giovani con il loro diritto di partecipare attivamente nello spazio pubblico digitale, poiché i social rivestono un ruolo significativo nella formazione dei futuri cittadini.
Sebbene vi siano rischi associati all’uso intensivo dei social, come il cyberbullismo e la manipolazione emotiva, è vitale affrontare queste problematiche senza escludere completamente i minori dal digitale.
DSA e GDPR: una tutela che non coincide con l’esclusione
Limitare l’approccio normativo esclusivamente a divieti potrebbe avere un effetto controproducente: esso rimanderebbe solo l’ingresso nei social senza realmente modificarne le condizioni e l’approccio critico.
Il Digital Services Act non introduce divieti generali, ma stabilisce obblighi di diligenza e valutazione dei rischi, richiedendo alle piattaforme di intervenire su processi e algoritmi, con particolare riguardo ai minori.
Parallelamente, il GDPR conferisce ai minori una protezione rafforzata, ma non propone un’uscita esclusiva dallo spazio digitale, bensì un approccio basato su trasparenza e minimizzazione dei dati.
Tutela dei minori online come cittadinanza progressiva
In questo contesto si collocano i tentativi della Commissione europea di sviluppare strumenti per la verifica dell’età che non comportino l’uso di dati sensibili.
L’obiettivo è attestare il superamento di una certa soglia senza espandere la circolazione di dati sensibili. Tuttavia, la frammentazione normativa rischia di creare un mercato digitale disomogeneo, dove le misure di protezione variano a seconda del luogo di residenza.
La questione centrale diventa quindi: che tipo di cittadinanza digitale si desidera costruire? Si tratta di una cittadinanza sospesa fino a una soglia arbitraria o di una cittadinanza progressiva, fondata su educazione e responsabilizzazione?
Se i social sono spazi di apprendimento e partecipazione, la soluzione non può limitarsi a “chiudere le porte”, ma richiede un interrogativo costante sulla qualità delle esperienze al loro interno, riposizionando l’attenzione dalla semplice età dell’utente alla struttura dei servizi stessi.
Questo implica un cambio di paradigma: dalla verifica anagrafica alla trasparenza algoritmica, dalla repressione all’innovazione dei meccanismi di engagement, dalla regolazione ex post alla prevenzione tramite un design responsabile.
In questa ottica, la tutela della salute mentale deve integrarsi con il diritto alla partecipazione, diventando condizione necessaria per una cittadinanza digitale consapevole.
Altrimenti, il rischio è che i divieti imposti colpiscano in modo diseguale, penalizzando specialmente chi ha meno supporto familiare e culturale, e spingendo alcuni utenti verso spazi meno regolati e potenzialmente più pericolosi.
È necessario quindi governare la transizione verso una cittadinanza digitale maturo, capace di riconoscere i minori non solo come soggetti da protegger, ma come futuri cittadini da formare.



