Ci sono scuole ancora in attesa dei fondi del Pnrr. Nonostante i progetti siano già stati ultimati e rendicontati. Molti professori hanno già svolto i corsi, in alcuni casi da più di due anni, ma non sono ancora stati pagati. L’istituto Casale di Vigevano ad esempio attende oltre 100mila euro e in alcuni casi i fornitori esterni (non i professori, «la cui pazienza è nota», ironizza la preside) hanno minacciato delle cause. Insomma, quella che sembrava una bella idea per limitare la dispersione scolastica e modernizzare le scuole si sta rivelando un’arma a doppio taglio.

PARTECIPO O NO «Stanno uscendo nuovi progetti – dice Elda Frojo, dirigente dell’istituto Casale di Vigevano – ma a questo punto non so nemmeno se parteciperemo, perché questo comporta una serie di difficoltà e un’esposizione della scuola. Io stessa non saprei nemmeno come chiedere ai docenti la loro disponibilità». Il ritardo nei pagamenti nel caso del Casale arriva fino a 3 anni, mentre nel caso del Liceo Omodeo di Mortara si è in attesa di fondi per progetti sviluppati nel 2022; sono solo due esempi delle tante scuole italiane nella stessa situazione, è la ciliegina sulla torta di un percorso accidentato che ha caratterizzato il Pnrr in Italia.
PROGETTI MAI CHIUSI Prima di arrivare ai rimborsi e ai pagamenti però c’è stata una sequela di difficoltà, che hanno dovuto affrontare i presidi stessi. «Ogni volta che pensavamo che una pratica fosse chiusa – dice Stefania Pigorini, dirigente del liceo Omodeo di Mortara – ci costringevano a riaprirla, perché facevano dei controlli. E ogni volta ci aggiungevano delle richieste che prima non erano nemmeno note. Magari era passato tanto tempo, e noi ci siamo trovati anche ad anticipare i pagamenti ai docenti. Soprattutto i problemi ci sono stati sui laboratori e su strumenti come Classroom». Che paradossalmente sono stati pagati prima dei progetti che prevedevano l’uso soprattutto di personale interno. Soprattutto da quando i fornitori, come le aziende informatiche, hanno minacciato di fare causa alle scuole.
A questo punto – continua Frojo – se dobbiamo cercare altri fondi esterni, ci rivolgiamo ai fondi europei o ai Pon (Programma operativo nazionale), che sono puntuali nei pagamenti.
L’altro tema, che ha creato difficoltà alle scuole è stato quello dell’eccessivo vincolo per l’uso dei fondi.
SOLDI DA SPENDERE Qualcuno tra presidi e docenti ha sollevato anche dubbi sul metodo di assegnazione dei fondi. A partire dal fatto che in molti casi partiva dall’alto. I fondi spesso venivano, infatti, assegnati a monte e la scuola doveva solo approvare formalmente un accordo, che doveva essere sottoscritto previa presentazione di un progetto su come spenderli, con un target minimo da raggiungere. Questo è successo soprattutto nel caso dei progetti anti dispersione, i cui target a detta di molti docenti erano alla portata. «Sui progetti anti-dispersione – Spiega Pigorini – siamo riusciti anche a risparmiare». In questo caso i fondi sono stati reinvestiti, ma in altri progetti che non necessariamente toccavano la scuola alla quale erano stati assegnati in un primo tempo.

NUOVE PROFESSIONI Per giocare la partita del Pnrr è stato necessario anche cambiare il modo di lavorare delle scuole. I Dsga (un tempo i “segretari”) hanno dovuto districarsi tra portali rigidi e controintuitivi, i docenti sono dovuti diventare “esperti” spesso per sopperire alla mancanza dei professionisti che il Pnrr presupponeva avrebbero aderito. E riuscire a gestire i fondi non è stato sempre semplice, in alcuni casi il Ministero ha attribuito i fondi alle scuole senza chiedere il loro parere preventivo, in altri era difficile districarsi nei bandi.
ROMPICAPO Al punto che anche una dirigente esperta come Patrizia Rogna, Dsga del liceo Cairoli di Vigevano, ha arricchito le proprie capacità e conoscenze per rapportarsi col Pnrr. «Ci siamo imbattutti in un sacco di “sorprese” – spiega – Innanzitutto perché la piattaforma apre a blocchi e ci sono due tipi di rendicontazione, reale e forfettaria.
Nella reale si caricano le spese relative a quello che si è acquistato, mentre i costi dei bandi forfettari sono stabiliti a blocchi. Ci sono, cioè, delle somme stabilite a patto che i ragazzi poi frequentino i corsi.
I DUBBI Proprio quest’ultimo aspetto ha sollevato dubbi in alcuni dirigenti scolastici. Alcuni hanno anche scritto all’Ufficio scolastico regionale (l’ex provveditorato) e al Ministero per chiedere chiarimenti, ma non è mai arrivata una risposta. Le perplessità riguardavano i corsi già iniziati e che non arrivavano alla fine per carenza di frequentatori. In quel caso i docenti hanno lavorato e vanno pagati, sia gli interni sia quelli forniti da apposite società, ma se il corso non termina non si ha diritto nemmeno a un euro di finanziamento. «A volte – dice Rogna – si comincia con un numero sufficiente di studenti e poi abbandonano e non si possono nemmeno sostituire». E poi ci sono i vincoli riguardo alle attività. «Ad esempio se ci si muove all’interno di una proposta il cui obiettivo è combattere la dispersione scolastica, si può soltanto proporre attività che siano inerenti a questo tema» continua Rogna. L’altro dubbio riguarda il fatto che questi fondi potevano essere impiegati per sistemare gli edifici che ospitano le scuole, che sono spesso in condizioni precarie. Con il 2026 questi fondi però finiranno e a questo punto è lecito chiedersi 0cosa succederà. «Adesso si torna alla normalità – continua Rogna – ma ci sono ancora i Pon e i Poc altri progetti che si muovono su temi focalizzati. Al momento attivo abbiamo un Pon per l’orientamento e uno con il Piano estate».
Andrea Ballone
__________ Puoi leggere la fonte originale dell’articolo qui
Ci sono scuole ancora in attesa dei fondi del Pnrr. Nonostante i progetti siano già stati ultimati e rendicontati. Molti professori hanno già svolto i corsi, in alcuni casi da più di due anni, ma non sono ancora stati pagati. L’istituto Casale di Vigevano ad esempio attende oltre 100mila euro e in alcuni casi i fornitori esterni (non i professori, «la cui pazienza è nota», ironizza la preside) hanno minacciato delle cause. Insomma, quella che sembrava una bella idea per limitare la dispersione scolastica e modernizzare le scuole si sta rivelando un’arma a doppio taglio.

PARTECIPO O NO «Stanno uscendo nuovi progetti – dice Elda Frojo, dirigente dell’istituto Casale di Vigevano – ma a questo punto non so nemmeno se parteciperemo, perché questo comporta una serie di difficoltà e un’esposizione della scuola. Io stessa non saprei nemmeno come chiedere ai docenti la loro disponibilità». Il ritardo nei pagamenti nel caso del Casale arriva fino a 3 anni, mentre nel caso del Liceo Omodeo di Mortara si è in attesa di fondi per progetti sviluppati nel 2022; sono solo due esempi delle tante scuole italiane nella stessa situazione, è la ciliegina sulla torta di un percorso accidentato che ha caratterizzato il Pnrr in Italia.
PROGETTI MAI CHIUSI Prima di arrivare ai rimborsi e ai pagamenti però c’è stata una sequela di difficoltà, che hanno dovuto affrontare i presidi stessi. «Ogni volta che pensavamo che una pratica fosse chiusa – dice Stefania Pigorini, dirigente del liceo Omodeo di Mortara – ci costringevano a riaprirla, perché facevano dei controlli. E ogni volta ci aggiungevano delle richieste che prima non erano nemmeno note. Magari era passato tanto tempo, e noi ci siamo trovati anche ad anticipare i pagamenti ai docenti. Soprattutto i problemi ci sono stati sui laboratori e su strumenti come Classroom». Che paradossalmente sono stati pagati prima dei progetti che prevedevano l’uso soprattutto di personale interno. Soprattutto da quando i fornitori, come le aziende informatiche, hanno minacciato di fare causa alle scuole.
A questo punto – continua Frojo – se dobbiamo cercare altri fondi esterni, ci rivolgiamo ai fondi europei o ai Pon (Programma operativo nazionale), che sono puntuali nei pagamenti.
L’altro tema, che ha creato difficoltà alle scuole è stato quello dell’eccessivo vincolo per l’uso dei fondi.
SOLDI DA SPENDERE Qualcuno tra presidi e docenti ha sollevato anche dubbi sul metodo di assegnazione dei fondi. A partire dal fatto che in molti casi partiva dall’alto. I fondi spesso venivano, infatti, assegnati a monte e la scuola doveva solo approvare formalmente un accordo, che doveva essere sottoscritto previa presentazione di un progetto su come spenderli, con un target minimo da raggiungere. Questo è successo soprattutto nel caso dei progetti anti dispersione, i cui target a detta di molti docenti erano alla portata. «Sui progetti anti-dispersione – Spiega Pigorini – siamo riusciti anche a risparmiare». In questo caso i fondi sono stati reinvestiti, ma in altri progetti che non necessariamente toccavano la scuola alla quale erano stati assegnati in un primo tempo.

NUOVE PROFESSIONI Per giocare la partita del Pnrr è stato necessario anche cambiare il modo di lavorare delle scuole. I Dsga (un tempo i “segretari”) hanno dovuto districarsi tra portali rigidi e controintuitivi, i docenti sono dovuti diventare “esperti” spesso per sopperire alla mancanza dei professionisti che il Pnrr presupponeva avrebbero aderito. E riuscire a gestire i fondi non è stato sempre semplice, in alcuni casi il Ministero ha attribuito i fondi alle scuole senza chiedere il loro parere preventivo, in altri era difficile districarsi nei bandi.
ROMPICAPO Al punto che anche una dirigente esperta come Patrizia Rogna, Dsga del liceo Cairoli di Vigevano, ha arricchito le proprie capacità e conoscenze per rapportarsi col Pnrr. «Ci siamo imbattutti in un sacco di “sorprese” – spiega – Innanzitutto perché la piattaforma apre a blocchi e ci sono due tipi di rendicontazione, reale e forfettaria.
Nella reale si caricano le spese relative a quello che si è acquistato, mentre i costi dei bandi forfettari sono stabiliti a blocchi. Ci sono, cioè, delle somme stabilite a patto che i ragazzi poi frequentino i corsi.
I DUBBI Proprio quest’ultimo aspetto ha sollevato dubbi in alcuni dirigenti scolastici. Alcuni hanno anche scritto all’Ufficio scolastico regionale (l’ex provveditorato) e al Ministero per chiedere chiarimenti, ma non è mai arrivata una risposta. Le perplessità riguardavano i corsi già iniziati e che non arrivavano alla fine per carenza di frequentatori. In quel caso i docenti hanno lavorato e vanno pagati, sia gli interni sia quelli forniti da apposite società, ma se il corso non termina non si ha diritto nemmeno a un euro di finanziamento. «A volte – dice Rogna – si comincia con un numero sufficiente di studenti e poi abbandonano e non si possono nemmeno sostituire». E poi ci sono i vincoli riguardo alle attività. «Ad esempio se ci si muove all’interno di una proposta il cui obiettivo è combattere la dispersione scolastica, si può soltanto proporre attività che siano inerenti a questo tema» continua Rogna. L’altro dubbio riguarda il fatto che questi fondi potevano essere impiegati per sistemare gli edifici che ospitano le scuole, che sono spesso in condizioni precarie. Con il 2026 questi fondi però finiranno e a questo punto è lecito chiedersi 0cosa succederà. «Adesso si torna alla normalità – continua Rogna – ma ci sono ancora i Pon e i Poc altri progetti che si muovono su temi focalizzati. Al momento attivo abbiamo un Pon per l’orientamento e uno con il Piano estate».
Andrea Ballone
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