Il paradosso della vigilanza: il dovere d’ufficio che si trasforma in rischio per la carriera.

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Nella complessa struttura degli Esami di Stato, la fase di vigilanza rappresenta uno dei doveri deontologici e giuridici più delicati per le commissioni. Tuttavia, le dinamiche recenti hanno rivelato una problematica inquietante: la tendenza a sanzionare, nei fatti o in ambito giudiziario, l’eccesso di zelo mentre si premia, con il silenzio e l’assenza di contenziosi, la tolleranza impropria. Si percepisce così un cortocircuito culturale e normativo, dove chi opera con serietà e segue rigide procedure di controllo rischia contenziosi amministrativi, mentre chi ignora i propri doveri naviga in acque tranquille.

Dal punto di vista statistico e burocratico, le commissioni che adottano un approccio permissivo non corrono quasi mai rischi. Quando ai candidati è consentito di utilizzare furtivamente smartphone, scambiare informazioni o copiare, i risultati finali tendono ad essere alti. Gli studenti e le famiglie si dichiarano soddisfatti, registrando una totale assenza di ricorsi. In questo scenario, il mancato rispetto dell’obbligo di vigilanza genera una paradossale serenità sociale, dal momento che nessuno ha interesse a contestare voti alti, anche se ottenuti in modo discutibile.

Al contrario, quando una commissione decide di operare con rigorosa correttezza, nel rispetto dell’equità e del valore legale del titolo di studio, si evidenzia il reale livello di preparazione dei candidati. Questa scelta comporta generalmente voti più bassi e valutazioni severe, interrompendo la narrazione di un successo scolastico scontato. Non potendo basare il ricorso sul merito tecnico della correzione, che è di discrezione della commissione, la difesa dei candidati si sposta su un piano formale e psicologico, capovolgendo le evidenze.

È in questo contesto che emergono capi d’accusa paradossali, come la contestazione per non aver garantito un clima di relax durante le prove. Il rigore e il controllo attento sono descritti nei ricorsi come atteggiamenti ostili o vessatori, generando un stato d’ansia tale da compromettere la performance del candidato. Un aspetto emblematico riguarda i servizi igienici, noti come snodi logistici per l’occultamento di dispositivi elettronici e appunti; la necessità di vigilanza in tali spazi viene talvolta interpretata dalle famiglie come una violazione della privacy. Si trascura, tuttavia, che la giurisprudenza richiede alla commissione di mantenere la vigilanza per garantire l’autenticità della prova.

Questo meccanismo genera un incentivo distorto nel corpo docente. Se l’integrità e il rispetto delle regole espongono i commissari a contenziosi e stress burocratico, la tentazione di adottare un approccio laissez-faire diventa una strategia di autodifesa. Le conseguenze su scala scolastica sono significative, conducendo a una svalutazione dei titoli di studio e a un’ingiustizia nei confronti degli studenti meritevoli, i quali vedono i propri sforzi equiparati a quelli di chi ha copiato indisturbato. La scuola non può consentire che la legalità venga considerata una colpa e l’omissione di controllo una virtù burocratica.

È di fondamentale importanza che l’Amministrazione difenda con fermezza l’operato delle commissioni rigorose, ponendo limiti a ricorsi pretestuosi basati sul presunto stress da esame. L’Esame di Stato deve essere visto come una prova di resistenza intellettuale ed emotiva, e garantire il suo svolgimento nella legalità rappresenta l’unico modo per conferire un valore autentico al futuro degli studenti.

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